Lo scorso 24 febbraio si è tenuto presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Torino l’evento “Donne e STEM – percorsi e prospettive” organizzato dal Club Dirigenti Tecnici. L’acronimo STEM raggruppa le discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche.


L’evento è aperto dal Presidente del Club Dirigenti Tecnici Marco Mattioli, che saluta tutti i partecipanti, ed introduce e ringrazia tutti i relatori che hanno aderito alla tavola rotonda:
- Cristina Prandi, Rettrice dell’Università degli Studi di Torino
- Arianna Montorsi, Direttrice del centro Studi di genere del Politecnico di Torino
- Greta Temporin, PhD del Politecnico di Torino
- Tecla Riverso, Dirigente dell’Ambito territoriale di Torino- USR Piemonte
- Cristina Tumiatti, Referente tavolo DE&I dell’UI
- Chiara Curto, CEO e socio fondatore di Bit Tonic srl, socia CDT
- Studentesse del Politecnico di Torino, dell’Università degli Studi di Torino, della scuola secondaria di secondo grado
Mattioli ringrazia per il contributo fondamentale per l’organizzazione dell’evento Gigliola Gasparoni, coordinatrice del team PATTO del Club Dirigenti Tecnici, e Antonietta Di Martino, membro dello stesso team.
Mattioli inoltre evidenzia il ruolo di moderatrice della socia Marialessandra Sabarino, e del Vice Presidente Michele Verdi nella comunicazione dell’evento.
Mattioli presenta il Club Dirigenti Tecnici come associazione di persone che hanno interesse non solo in aspetti puramente tecnici e tecnologici, ma anche nelle loro implicazioni sociali ed economiche che permettono lo sviluppo del territorio, di cui la formazione delle giovani generazioni è condizione necessaria e purtroppo non sufficiente. Le donne costituiscono una notevole risorsa a cui in passato non si è attinto a sufficienza per supportare l’evoluzione tecnologica, per ben noti condizionamenti culturali e sociali, e che ora più che mai ne costituiscono un patrimonio imprescindibile ed irrinunciabile. In linea con la sua missione che individua i temi dell’inclusione come fondanti, il Club Dirigenti Tecnici ha creato un team dedicato alla parità di genere -denominato PATTO – che intende promuovere il ruolo delle donne nelle carriere tecniche.


Gigliola Gasparoni, coordinatrice del team PATTO, presenta gli obiettivi generali che il team si prefigge. L’acronimo PATTO sta per Parità, Accesso, Transizione tecnica, Opportunità. Perché PATTO? Perché i numeri non sono opinioni: la presenza femminile nelle discipline scientifiche e tecnologiche rimane ancora non adeguata, la progressione di carriera è più lenta, e sovente le competenze si smarriscono durante il percorso. Il Club Dirigenti Tecnici ha così creato questo team con l’intento di supportare e sensibilizzare, persone, istituzioni, in tutte le sedi appropriate, con lo scopo di aiutare il cambiamento delle logiche correnti. In questo contesto nasce PATTO che si fonda su quattro pilastri. P come Parità, sta a significare non solo pari accesso, ma uguale riconoscimento delle competenze e delle responsabilità; A come Accesso implica la rimozione di barriere economiche, culturali ed informative fin dalla scuola secondaria, perché l’orientamento si costruisce ancor prima dell’ Università; T come Transizione Tecnica simboleggia la diffusione delle competenze tecnologiche ed implica accompagnare gli studenti e le studentesse dal percorso accademico al mondo del lavoro con programmi specifici; O come Opportunità esprime la necessità di creare percorsi di carriera che non si interrompano per motivi di genere, con politiche di conciliazione e valutazione trasparente. PATTO intende essere anche un accordo che si stringe e questo acronimo può avere un significato simbolico. PATTO intende infatti evocare la necessità di sempre più stretta collaborazione tra Scuola, Università ed Impresa attraverso – ad esempio – programmi congiunti, borse di studio abbinate a percorsi di mentoring con obiettivi di collocamento, politiche di valutazione e promozione nelle aziende partners, Stages retribuiti e misurazione dei risultati. Tutte le azioni volte a favorire l’inclusione e l’equità di riconoscimento non sono filantropia: sono investimento. Le aziende che valorizzano la diversità ottengono innovazione più rapida, prodotti migliori e team più resilienti. Le Scuole e le Università che aprono laboratori e programmi a percorsi inclusivi formano professionisti più completi e pronti a guidare il cambiamento. PATTO non intende solo limitarsi ad ispirare buone pratiche: intende diventare cultura di parità attuata. L’attenzione agli indicatori di equità nei bandi, la promozione della presenza femminile nei comitati di ricerca ed il sostegno di percorsi di orientamento tecnico già dalle scuole superiori, possono e debbono diventare realtà quotidiana. L’industria deve essere messa nelle condizioni di rendere strutturali gli stages retribuiti, di poter misurare i risultati e di condividerne i dati e che le Istituzioni possano sostenere con incentivi chi investe in formazione e conciliazione. Immaginate un’azienda o un laboratorio in cui ogni scrivania, ogni banco di lavoro, ogni postazione davanti ad una macchina operatrice sia occupata da menti diverse, dove le idee si incontrano e si fondono, e dove la creatività non ha genere né limiti. È lì che possono nascere le soluzioni che cambiano la vita di tutti. È lì che PATTO vorrebbe arrivare.

Antonietta Di Martino, socia del Club e membro del team PATTO, introduce la Giornata Internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza come occasione di riflessione sul divario di genere nelle materie STEM. Questa giornata è stata istituita il 22 dicembre 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella data dell’11 febbraio di ogni anno. In Italia questa giornata si inserisce in un contesto più ampio, quello della Settimana Nazionale delle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), istituita con la Legge n. 187/2023, che inizia il 4 febbraio di ogni anno e termina proprio nella giornata internazionale dell’11 febbraio. Non si tratta di ricorrenze simboliche o celebrative, ma questa duplice cornice, la Giornata e la Settimana offre l’occasione per aumentare la consapevolezza e sensibilizzare l’opinione pubblica verso le disparità di genere nel campo delle discipline scientifiche, e promuovere un accesso pieno e paritario alla ricerca per le donne e per le ragazze. Discipline a cui si affiancano approcci diversi come quello STEAM, che include nelle materie STEM l’arte e la creatività, e quello delle discipline SCALE (Scienze Sociali, Scienze della Comunicazione, Arti, Diritto, Economia) che offrono strumenti per comprendere la dimensione culturale della complessità del presente, leggendo il passato e offrendo una visione del futuro. E infatti il tema ufficiale della Giornata Internazionale 2026 offre proprio questo spunto interdisciplinare: Sinergizzare intelligenza artificiale, scienze sociali, STEM e finanza: costruire un futuro inclusivo per donne e ragazze. L’incontro, in coerenza con la vocazione dell’iniziativa, concentra l’attenzione nel perimetro delle materie STEM, partendo da un dato attuale: la partecipazione delle donne ai percorsi e alle carriere scientifiche e tecnologiche, pur in un quadro in evoluzione, resta contenuta e permangono differenziali significativi negli sbocchi professionali e nella retribuzione e questo non perché manchino talenti o capacità, ma perché persistono condizionamenti culturali o stereotipi che agiscono spesso in modo invisibile e che possono nascere in famiglia, nel contesto sociale, nei modelli di riferimento, nelle aspettative – a volte inconsapevoli – che accompagnano le bambine e le ragazze fin dalle prime scelte. La Scuola, l’Università, le imprese, i territori, le politiche pubbliche possono intercettare questi condizionamenti e possono contrastarli rendendo il tema delle donne nelle STEM una responsabilità condivisa e riconoscendo che valorizzare il talento femminile non è solo di un obiettivo di parità ma una condizione strategica e strutturale per l’avanzamento nella ricerca, per il futuro e la qualità dell’innovazione e per i processi di sviluppo economico, sociale e culturale. Il valore di questo confronto che il club ha voluto organizzare sta proprio qui: mettere in dialogo i percorsi e le prospettive, le traiettorie già tracciate e quelle ancora da costruire a partire dalle esperienze reali e dalle alleanze che si riescono a rafforzare, per accompagnare le ragazze verso le STEM non per obbligo o per moda, ma per scelta libera, consapevole e sostenuta.

La moderatrice Marialessandra Sabarino, socia del club e membro del team PATTO, avvia il dibattito richiamando il suo tema ispiratore, mettere assieme il mondo dell’istruzione e delle imprese e posizionare al centro le studentesse, con le loro esperienze, le loro esigenze, e la loro motivazione. Sabarino passa quindi la parola alla Rettrice Cristina Prandi, prima Rettrice dell’università di Torino dopo 150 anni dalla sua nascita, chiedendole di fornire il suo punto di vista sulla situazione delle donne nelle discipline STEM e la sua personale esperienza di donna STEM. La rettrice ringrazia dell’opportunità offertale, e riporta la situazione dell’Università di Torino sulle iscrizioni in materie STEM escludendo ovviamente Ingegneria ed Architettura. La percentuale di iscrizioni a materie STEM è purtroppo più bassa rispetto ad altre Università italiane analoghe: la rettrice cita l’esempio di Milano, la cui percentuale di iscrizioni STEM è il doppio di quella di Torino. Per quanto riguarda le iscrizioni femminili, Torino si posiziona più favorevolmente rispetto ad altre Università: quest’anno le ragazze iscritte sono il 44% del totale delle iscrizioni STEM, l’anno scorso erano il 43%, su una media nazionale del 42%. Se si va in dettaglio nelle singole discipline, risulta una situazione eterogenea, come ad esempio per l’informatica, dove le iscrizioni sono davvero inaspettatamente basse, rispetto a Chimica, dove la parità è raggiunta. In questo ambito specifico, la Rettrice conta sull’effetto trainante dei nuovi corsi sull’AI. Analizzando la situazione in uscita, e più specificatamente l’avvio a carriere accademiche, si nota una scarsa presenza femminile nelle posizioni apicali: alla relativa scarsità di afflusso femminile nella parte iniziale della carriera, si è intervenuto con soluzioni temporanee, come ad esempio incentivazioni del reclutamento di professoresse ordinarie vincitrici di concorso all’interno dei dipartimenti. La Rettrice sottolinea l’importanza del monitoraggio sistematico e delle azioni correttive – anche temporanee – per riportare i dati sugli obiettivi di sostanziale parità di genere. La Rettrice osserva – anche da esperienza diretta di madre – che le nuove generazioni sono meno propense a pesanti sacrifici in funzione di obiettivi professionali e che danno un peso significativo alla vita personale (relazioni, esperienze, attività). Per questo l’Ateneo sta attuando politiche di conciliazione che permettono una coesistenza più sana tra impegno di studio e vita personale, anche se questo percorso è purtroppo ostacolato da mancanza di risorse.


La moderatrice Sabarino passa la parola ad Arianna Montorsi, la quale illustra la situazione della parità di genere al Politecnico di Torino. Anche Montorsi insiste sull’importanza del monitoraggio e delle azioni correttive, ma fa notare come sulla parità di genere ci sia ancora una carenza di competenze specifiche, e che spesso i dati non sono armonizzati secondo criteri comuni: le conclusioni che si possono trarre da un primo esame sono 1) la minoranza femminile ha performance migliori 2) persiste segregazione orizzontale (concentrazione di donne e di uomini in particolari occupazioni) e verticale (concentrazione di donne e di uomini in determinati inquadramenti professionali ) sia tra i docenti che tra gli studenti. Montorsi accenna al GEP (Gender Equality Plan), il documento programmatico della Comunità Europea che definisce la strategia per il benessere organizzativo e la parità di genere negli Atenei (condizione necessaria per la loro partecipazione ai bandi Horizon Europe). Il piano richiede il raggiungimento di KPI specifici (vedere presentazione allegata). I bilanci di genere del 2023 evidenziano una sostanziale differenza tra donne e uomini già nella popolazione studentesca (30.5% donne contro 69.5 uomini), ed una accentuata forbice (career scissor) soprattutto nei settori apicali (18% donne contro 83% uomini). La parità di genere è anche una questione di leadership: il Politecnico ha lavorato per questo intitolando aree a donne che si sono distinte nei settori tecnici (prima tra tutte Emma Strada, la prima donna ingegnera nel 1908) ed organizzando sessioni di presentazioni di storia di eccellenza femminile. Anche il Politecnico ha approntato delle chiamate specifiche per carriere accademiche assegnate alle donne in settori STEM, con ottimi risultati (nel 2022 più del 40% delle cattedre sono state assegnate a professoresse donne). Le azioni del Politecnico vanno nella direzione di abbattimento del cosiddetto “glass ceiling” nei concorsi, per attuare la parità di genere sia tra i partecipanti che nelle commissioni. Il complesso di azioni intraprese ha portato il Politecnico a migliorare la propria posizione da 1.8 nel 2019 a 1.38 nel 2024. Per ampliare le competenze in area parità di genere, il Politecnico ha creato il Gender Research Group, un Centro Studi di genere, corsi universitari e dottorati. Nel campo delle molestie, Politecnico ha allestito uno sportello antiviolenza (Non sei sola) con l’individuazione di una consigliera di fiducia. Come iniziativa di tutoraggio, il Politecnico ha organizzato un interessante progetto WeAreHERe (https://weareherepolito.it/) che prevede il supporto di studentesse già avviate alle ragazze che devono scegliere il loro percorso universitario, e 100 borse di studio a disposizione delle neomatricole del Politecnico. Quanto sopra ha consentito al Politecnico di portarsi dal 23.7% del 2019 al 27.3% del 2024 come numero di donne iscritte ai corsi iniziali di ingegneria, ma comunque lontano dal 35% richiesto dal piano.


Sabarino passa quindi la parola a Greta Temporin, che – seguendo la presentazione allegata – espone un risultato interessante ottenuto da un esperimento condotto nel 1983 da David Wade Chambers (Draw-a-scientist DAST) in base al quale è stato richiesto a 4807 bambini di disegnare una persona di scienza. Il risultato è stato maschio, con occhiali e camice bianco, genio solitario. Lo stereotipo dello scienziato è quindi prevalentemente mascolino, e contro questo stereotipo la donna si è trovata spesso a combattere, condizionata da ansia di prestazione, diversità nel trattamento e nelle valutazioni, ed isolamento. Le attività STEM sono inoltre spesso viste come “isolanti”, mentre le donne ricercano attività con connotazione sociale (finalizzate quindi ad aiutare altre persone) ed improntate a grande collaborazione. Questi due aspetti sono la chiave motivazionale da perseguire per attrarre sempre più donne verso le discipline STEM.


Sabarino passa quindi la parola a Tecla Riverso, che sottolinea l’importanza dell’ambito familiare nell’indirizzamento delle nuove generazioni sin dalla più tenera età verso le discipline STEM. I condizionamenti familiari sono infatti determinanti nella scelta delle facoltà, e sono espressi secondo l’esperienza, la cultura e la sensibilità dei genitori verso i rischi di successo che spesso comportano gli studi STEM. Sapere interpretare le propensioni effettive dei giovani è un compito spesso arduo in cui i genitori vengono lasciati soli e talvolta fuorviati. Riverso cita il documento “Linee guida per le discipline STEM”, emanate a seguito della legge 197 del 29/12/2022, e “finalizzate ad introdurre nel piano triennale dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo di istruzione e nella programmazione educativa dei servizi educativi per l’infanzia, azioni dedicate a rafforzare nei curricoli lo sviluppo delle competenze matematico-scientifico-tecnologiche e digitali legate agli specifici campi di esperienza e l’apprendimento delle discipline STEM, anche attraverso metodologie didattiche innovative. Le Linee guida attuano la riforma inserita nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi dell’investimento Nuove competenze e nuovi linguaggi, con la finalità di sviluppare e rafforzare le competenze STEM, digitali e di innovazione in tutti i cicli scolastici, dall’asilo nido alla scuola secondaria di secondo grado, con l’obiettivo di incentivare le iscrizioni ai curricula STEM terziari, in particolare per le donne”. Le linee guida si esprimono chiaramente in merito all’interdisciplinarietà richiesta dalle attuali sfide tecnologiche, e fissano le competenze richieste secondo le cosiddette 4C: Pensiero critico, Comunicazione, Collaborazione, Creatività.
Sabarino chiude quindi la sessione dedicata alla formazione passando all’esperienza delle aziende. Inizia Cristina Tumiatti illustrando le iniziative intraprese dal tavolo DE&I (Diversity, Equity, Inclusion) dell’Unione Industriali di Torino. La missione del tavolo si esprime in “Creare sul territorio torinese una cultura inclusiva grazie alla quale le imprese associate si sentano rappresentate, valorizzate, sostenute, attraverso progettualità e piani d’azione concreti, rispettosi dei diversi bisogni e delle specifiche realtà”. La missione si esplica, su richiesta delle aziende associate, secondo 4 direttrici principali 1) Formazione e cultura DEI 2) Dati, ricerche e sinergie 3) Best practices 4) Confronto con associazioni. I numeri del tavolo DEI sono così riassumibili: 104 aziende coinvolte, 10 incontri annuali, 4 gruppi di lavoro, 10 progetti con Enti del Terzo Settore ETS, Iniziativa di coinvolgimento delle aziende per la firma della carta per le Pari Opportunità e l’Uguaglianza sul lavoro, definizione di 68 best practices. Tra i progetti, Tumiatti cita la cena al buio, una esperienza che ha permesso ai partecipanti di vivere la normalità delle persone ipovedenti. In una situazione in cui i talenti sono attratti non solo dal successo sul mercato di un’azienda, ma anche dalle sue politiche di parità di genere, di benessere dei dipendenti, di gestione del rapporto intergenerazionale, e delle tematiche sociali quali la disabilità, le tematiche DE&I stanno rivestendo sempre più importanza nell’attrazione e nel mantenimento del personale. In merito al campione prescelto, il 69.5 delle aziende ha implementato politiche formali per garantire la parità di genere.
Sabarino passa quindi la parola a Chiara Curto, socia CDT, che racconta il proprio percorso personale che l’ha portata ad una posizione apicale (CEO) nell’azienda che ha in comproprietà con il fratello Daniele. La famiglia Curto proviene da una famiglia cresciuta con l’informatica nel periodo Olivettiano: Chiara abbandona prematuramente il suo percorso universitario nell’informatica per seguire temporaneamente altre strade, e poi ritorna sui suoi passi – iniziando dalla cosiddetta gavetta – nella programmazione, lavorando come consulente per diverse aziende del settore. L’opportunità della geolocalizzazione la induce a fondare l’azienda attuale Bit-Tonic con il fratello Daniele: la guida dell’azienda prende sempre più tempo, ed il baricentro della sua attività si sposta sulla gestione. L’azienda è un esempio pratico di parità di genere sin dalla divisione delle quote (50%): Chiara la gestisce con il fratello Daniele in pieno spirito di confronto egualitario. Curto fa osservare come sia stato difficile esportare la sua leadership nelle relazioni con l’esterno, dove spesso avvertiva la presenza di cosiddetti bias nei suoi interlocutori, ed afferma in base alla propria esperienza che la parità di genere non è solo competenza, ma anche capacità e convinzione nell’esercizio delle proprie funzioni apicali. La donna deve vincere questo suo complesso di inferiorità e fare valere le proprie capacità senza timori reverenziali. Chiara riferisce inoltre di avere percepito con grande evidenza il senso di responsabilità che la sua posizione apicale implica nei conforti dei suoi dipendenti, sottolineando quindi l’importanza che lei attribuisce al ruolo sociale dell’azienda e delle sue attività.
Sabarino passa quindi la parola alle studentesse Nicoletta Toma del Politecnico di Torino, Elisa Lea Caito dell’Università di Torino, Sofia Lorito dell’IIS Zerboni di Torino.


Nicoletta Toma presenta la sua esperienza nel progetto WeAreHERe, che vuole infrangere lo stereotipo dell’ingegnere maschio, aiutando le ragazze ad immaginarsi come scienziate, ingegnere e matematiche, nonostante una sostanziale mancanza di narrazione femminile attorno a queste materie: Nella scelta di questo percorso conta anche quanto le ragazze si sentiranno accettate e a casa in un certo luogo, e quanto quel luogo potrà farle crescere rispettandole e stimolandole. Le ragazze interessate alla scienza hanno bisogno di punti di riferimento concreti, e uno dei problemi fondamentali per le giovani future ingegnere, infatti, è l’assenza di modelli concreti e raggiungibili che possano rendere concrete le loro aspettative. Modelli come Hedy Lamarr, attrice e studentessa di ingegneria che, per contribuire alla lotta contro il nazismo, sviluppò insieme a George Antheil un sistema di guida a distanza per siluri il cui brevetto è alla base della tecnologia delle reti wireless: come
Emma Strada, che dopo il liceo classico, fu la prima donna a laurearsi in ingegneria civile in Italia, il 5 settembre 1908 al Politecnico di Torino. Per quanto riguarda la sua esperienza personale, a sua memoria, Nicoletta non riesce a ricordarsi – durante gli anni di liceo – di una volta in cui qualcuno le abbia parlato di ingegneria. Non le sono stati forniti dati chiari, né prospettive o visioni di futuri possibili. Sarebbe importante far capire cosa significa esattamente fare il lavoro dell’ingegnere, a prescindere dal genere di appartenenza, già dalle superiori. Un pregiudizio da smitizzare è che le materie scientifiche siano nemiche della creatività e siano sostanzialmente noiose: creatività è infatti un termine che fa subito pensare ai musicisti, agli artisti o ai designer. Ma non è così, la creatività è la capacità di risolvere problemi e rompicapi in maniera brillante, si può essere creativi in ogni tipo di lavoro e si può essere assolutamente non creativi nei campi che invece si fregiano di questo titolo. Le materie scientifiche sono delle aree in cui la creatività è premiata continuamente: ed è un errore pensare che STEM riguardino solo attitudini tecniche o metodiche. Tra l’altro l’associazione tra ingegneria e “istituto meccanico” invoglia poco le ragazze a iscriversi, perché naturalmente lo stereotipo vuole le ragazze impegnate in materie più umanistiche e di comunicazione. Il mondo STEM deve invece essere ed è alla portata di tutti, donne e uomini. Spesso per colpa dell’immaginario comune le ragazze non si iscrivono perché hanno paura di non farcela o dei pregiudizi che ruotano attorno a questo universo. Ci sono poche donne che fanno ingegneria, si dice fuori da ingegneria: chi frequenta il Politecnico sa che invece le cose non stanno più così. WeAreHERe è l’affermazione delle studentesse di ingegneria che, per la prima volta dicono, noi ci siamo. Uno spazio nato per fare interagire con studenti e studentesse delle scuole superiori con chi ha già deciso di intraprendere un percorso scientifico.
Elisa Lea Caito, nel riportare la sua esperienza personale, evidenzia non tanto ostacoli e limiti frapposti alla sua scelta, quanto invece una fastidiosa sorpresa che molti colleghi maschi dimostrano quando le donne riescono ad esprimersi con successo nelle materie STEM.


Anche Sofia Lorito riporta la sua esperienza di scelta scolastica. La famiglia non ha né spinto né ostacolato la sua innata propensione per le materie STEM, in cui riesce bene e cita come è stato importante per lei il sostegno del professore di matematica. Ha scelto il corso per manutentori, frequentato principalmente da maschi, con cui riesce a relazionarsi in modo positivo, superando la loro reazione di stupore iniziale. Si immagina un impiego all’estero.


Sabarino riprende la parola, e richiede a tutte le relatrici di riportare le loro impressioni in merito alle presentazioni. Seguono poi gli interventi: Marco Mattioli riconferma i cambiamenti nella visione del mondo del lavoro delle nuove generazioni soprattutto dopo il periodo del COVID: non più dedizione assoluta ed incondizionata al lavoro, ma un giusto equilibrio tra vita professionale e vita privata: non più giornate sempre prolungate da straordinari nel luogo di lavoro, ma smart working. Michele Verdi conferma l’importanza del corretto tutoraggio nella definizione dell’orientamento dei giovani verso le STEM, e riporta come esempio Katherine Johnson che, nel suo libro “Il mio viaggio spaziale”, racconta di come in giovane età fosse orientata a diventare professoressa di francese, e di come l’incontro con un suo mentore professore di matematica fosse stato determinante per scoprire le sue enormi capacità matematiche che la portarono – lei, donna di colore in periodo di feroce segregazione razziale – negli uffici NASA a calcolare le orbite dei primi viaggi spaziali con uomini a bordo. Tecla Riverso conferma la necessità di professori in grado non solo di insegnare, ma di appassionare e di instradare. Daniele Curto interviene evidenziando il rapporto paritario con la sorella Chiara nella gestione dell’azienda e di come sia importante il dialogo costante senza bias nel valutare opportunità e rischi. Riccardo Rosi, in rappresentanza di Carbonato, AD Prima Progetti, socio onorario CDT, interviene esponendo quanto fatto da Fondazione SIA per incentivare studenti e studentesse del Politecnico e dell’Università di Torino allo studio di materie STEM con ben 100 borse di studio nell’anno accademico 2025/2026. La Fondazione ha ricevuto 517 candidature, di cui il 39% da parte di studentesse, un dato che testimonia una netta crescita rispetto agli anni precedenti e che fa quindi ben sperare.



L’evento si chiude con una ottima apericena di networking presso lo storico bar Fiorio antistante il rettorato.


Autore: Michele Verdi






















































